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Carnevale - Carrasecare

Carnevale

A Orotelli si festeggia un carnevale tra i più rinomati della zona. I Thurpos è la maschera della tradizione contadina, riproposti nel 1979, sono stati segnalati agli esperti (tra cui l’etnologo Raffaello Marchi) dalla maestra Giovannina Pala Sirca, che ha portato avanti ricerche, anche con la collaborazione del gruppo “Ricerche Folcloristiche Salvatore Cambosu”, rappresentano un antico rito sacro tra l’uomo e il lavoro di ogni giorno nei campi.
L’uomo indossa “su gabbanu” un cappotto d’orbace nero, con il cappuccio sceso sul viso colorato di nero con la fuliggine. Si annodano le funi nella vita, si legano i campanacci e si stringono i “gambali”. Avanzano a gruppi di tre, due davanti, abbracciati, come buoi, guidati dal terzo, il pastore.

Carnevale estivo

In questa occasione viene proposta la sfilata delle maschere tradizionali dell’isola con canti e balli in piazza.

Le tradizioni

Anticamente a Orotelli il Carnevale, Su carrasecare, iniziava il giorno della Candelora, il 2 febbraio. Si mascheravano solo gli uomini perché era considerato poco serio, da parte delle donne, mascherarsi. Ci si mascherava anche la domenica successiva e il giovedì grasso, “joja lardaiola” così chiamata perché si faceva gran consumo di fave, lardo e salsicce e si beveva vino in abbondanza. Le maschere si chiamavano in modo diverso a seconda di come si vestivano. Se andavano a cavallo si chiamavano ”mascaras a caddu” e se erano a piedi “mascaras a pè”.

Queste ultime erano di diversi tipi: “erithaios”che indossavano un saio bianco con cappuccio e portavano al collo una collana con spine di riccio: il loro divertimento era abbracciare le donne che si trovavano per strada da sole e pungerle al petto; c’erano poi “sos tintinnaios” che come fa capire il nome stesso, portavano addosso tanti campanacci; Giovanna Pittalis (disegno a sinistra) e Benedetta Dore (disegno a destra) Giovanna Pittalis (disegno a sinistra) e Benedetta Dore (disegno a destra)

“sos burraios” indossavano grosse coperte di lana fatte al telaio, “sas burras” appunto; “sos cosinos e sas damas' erano invece le maschere gentili, cioè vestite da signori; Agnese Pintus (disegno a sinistra) e Graziella Mele (disegno a destra) Agnese Pintus (disegno a sinistra) e Graziella Mele (disegno a destra)

e infine c’erano “sos thurpos” che rappresentavano un antico rito propiziatorio in onore del dio pagano Dioniso, dio del vino e della vegetazione: si dice che questo dio avesse insegnato agli uomini come aggiogare i buoi per coltivare i campi in modo meno faticoso. Da qui il rituale dei Thurpos che uscivano a tre a tre di cui due aggiogati tra loro come buoi con una fune legata intorno alla vita e come tali non parlavano ma muggivano, “muliana” e scalciavano, “carchidana”; essi venivano tenuti per le redini, “sos reinacros” da un altro Thurpu che rappresentava il contadino,”su vainarzu”,che li guidava e li incitava con un frustino,”su voette”, e con urla caratteristiche per spronarli a lavorare. Talvolta Giovanni Sotgiu trascinavano un aratro e seminavano nelle strade del paese grano e orzo. Di tanto in tanto un altro Thurpu Vrailarzu che portava una cassetta degli attrezzi, si fermava a ferrare i Thurpos aggiogati,simulando il fabbro che ferra i buoi. C’era poi il Thurpu seminatore che con un recipiente di sughero, ”su malune”, lanciava il grano alla gente. Giovanni Sotgiu Giovanni Sotgiu

Il loro abbigliamento era un lungo cappotto nero di orbace, “su gabbanu”, con un cappuccio calato sugli occhi, scarponi e gambali di cuoio; erano carichi di campanacci che suonavano al loro incedere; il loro viso era annerito dalla fuliggine del sughero bruciato.

L’aspetto caratteristico del Carnevale era che le maschere giravano per il paese ed entravano nelle case a chiedere frittelle, “cathas”, sevadas, uova, lardo, salsicce e nessuno poteva opporre un rifiuto alle loro richieste. I balli si facevano nelle piazze esclusivamente di giorno e se qualche maschera riusciva ad acchiappare qualche persona, quest’ultima doveva offrire da bere. L’ultima sera di Carnevale veniva mascherato un fantoccio di paglia che veniva chiamato “Zorzi”; questo si metteva sul dorso di un asino, poi lo si fingeva morto, si facevano i funerali e si bruciava: esso rappresentava il Carnevale che finiva. Graziella Mele (disegno a sinistra) e Giovanna Pittalis (disegno a destra) Graziella Mele (disegno a sinistra) e Giovanna Pittalis (disegno a destra)

Feste e usanze di Orotelli (Festas e usanzias de Oroteddi)
Ricerca degli alunni della classe IV
Istituto Comprensivo Statale Scuola infanzia, elementare e media Orotelli
Anno scolastico 2006/2007
A cura dell’Insegnante Patrizia Rizzi

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