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La Festa di San Giovanni

San Giovanni è il patrono di Orotelli e a lui è dedicata la chiesa parrocchiale. La sua festa ricorreva due volte l’anno: il 24 di Giugno per la nascita e il 29 agosto per la sua decapitazione.

La vigilia di san Giovanni, il 23 Giugno nelle famiglie si preparava il pane, la carne e tutto l’occorrente per la festa. La sera della vigilia si sentivano ovunque canti e voci festose; poi si cenava presto perché dopo cena avevano luogo tutte le usanze caratteristiche di questa ricorrenza. Le ragazze che volevano sapere la loro fortuna nel matrimonio andavano in campagna e cercavano una pianta di verbasco (trovodda), strappavano dai fiori i petali e lasciavano solo i fiori in boccio. La mattina seguente tornavano allo stesso posto col cuore pieno di speranza: se trovavano il verbasco rifiorito significava che avrebbero avuto molta fortuna; ma se i fiori non erano sbocciati voleva dire che la fortuna non era favorevole.

In questa sera si facevano anche “comparias e comarias”, cioè si diventava comari e compari. Le donne si davano la mano oppure tenevano fra le mani il rosario e ripetevano questa tiritera: ”comare, comare, su pane ‘e isposare, su pane ‘e allegria, comare sorre mia, finzas de mi che morrere, comare mia e sorre” (il che significava nascita di un legame indissolubile fino alla morte). Anche gli uomini facevano la stessa cosa fra di loro o anche con le donne; così diventavano comari e compari di San Giovanni, “comares de Santu Juanne” e questo era considerato un vincolo sacro. Maria Teresa Pittalis (disegno a sinistra) e Carol Piga (disego a destra) Maria Teresa Pittalis (disegno a sinistra) e Carol Piga (disego a destra)

Un’altra usanza caratteristica era “s’ascurtu”: le ragazze andavano in giro per i vicoli del paese fermandosi di tanto in tanto vicino alle case ad ascoltare una parola o una conversazione che potesse riferirsi alla loro intenzione. Tutte erano desiderose di buoni auspici, soprattutto volevano conoscere la loro fortuna in amore; ma capitava che, dei burloni, accorgendosi della presenza delle ragazze, si nascondessero facendo conversazioni e dialoghi maligni per prenderle in giro.

C’era poi, sempre la sera di S.Giovanni, l’abitudine de “s’imbrossinu”: le persone andavano in campagna e si rotolavano nell’erba credendo cosi di allontanare dolori e malattie.
Per fare “s’affumentu” si coglievano erbe aromatiche come rosmarino, ruta, salvia, puleggio ecc., si bruciavano sopra una tegola e, fumanti, si passavano in tutti gli angoli della casa per allontanare gli animali velenosi e l’invidia delle persone cattive. Simona Santoni (disegno a sinistra) e Marco Livesu (disego a destra) Simona Santoni (disegno a sinistra) e Marco Livesu (disego a destra)

Un’altra usanza era quella di fare “sa meichina de sos porroso” cioè un rito per far sparire verruche e porri: si prendeva un giunco al quale venivano fatti tanti nodi quante erano le verruche, si legava a un pezzo di tegola e lo si gettava in un pozzo con le spalle rivolte verso esso mentre si pronunciavano queste parole: ”Potta ieo torrare a bider custos porros cando appo a bidere custu juncu” (possa io rivedere i porri quando rivedrò questo giunco). Benedetta Dore Benedetta Dore

La notte di S.Giovanni si andava alla ricerca di tutte le erbe officinali usate per guarire alcune malattie; si credeva infatti che, raccolte in questa magica notte, avessero maggiori virtù terapeutiche. Le erbe, una volta essiccate, servivano a fare tisane per guarire alcune malattie: la ruta veniva usata come digestivo e per allontanare il malocchio, “s’aera mala”; “su puleu”, il puleggio, veniva messo nei gomitoli , nelle coperte di lana e nelle fave secche come antitarlo e antitarme Alcune persone, a mezzanotte, si recavano in campagna vicino a un fiume o a una sorgente e vi si bagnavano; poi prendevano una scodella d’acqua e la buttavano: una per ogni persona cara, pronunciandone ad alta voce il nome. Con questo rito credevano di allontanare tutte le malattie. Un’altra credenza era quella de “su chelu abertu” ossia “il cielo aperto”: si diceva che la notte di San Giovanni si aprisse il cielo e che si vedesse il Paradiso. Molte persone si riunivano in piazza e guardavano il cielo con la speranza di vedere il Paradiso. Giovanna Pittalis Giovanna Pittalis

Il giorno di S.Giovanni si celebrava la messa solenne con la processione e il pomeriggio si facevano i balli. Nella piazza c’erano i venditori di torrone che venivano da Tonara, i rivenditori di “turuddas e tazzeris” cioè mestoli e taglieri di legno e i venditori di “carapinna”, una specie di sorbetto. Questi ultimi, essendo di Tonara e Desulo, paesi di montagna, erano esperti nel conservare la neve che abbondava nelle loro montagne; a questa veniva aggiunto zucchero e limone e con i loro carretti la trasportavano alle sagre paesane per venderla, per la gioia di chi, almeno una volta l’anno, poteva assaggiare un “gelato”. In occasione della festa di S. Giovanni, nelle famiglie si preparava “su pistiddu”, il tipico dolce di miele, e si offriva agli ospiti. La sera si poteva assistere alla gara poetica nella piazza.
Nel mese di Agosto si festeggiava S.Giovanni con la messa solenne e i canti e balli in piazza. Floriana Sedda Floriana Sedda

Feste e usanze di Orotelli (Festas e usanzias de Oroteddi)
Ricerca degli alunni della classe IV
Istituto Comprensivo Statale Scuola infanzia, elementare e media Orotelli
Anno scolastico 2006/2007
A cura dell’Insegnante Patrizia Rizzi

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